Viaggio di pesca

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Articolo pubblicato nel numero 44 di aprile-maggio 2004 dellla rivista Voyages de pêche
(Traduzione di A.Salati – www.prismatext.ch)

Febbraio 2004. Stiamo attraversando il Parco della Bénoué durante la stagione dei grandi fuochi di savana, appiccati per bruciare l’erba secca e permettere la crescita dei nuovi germogli. » anche la buona stagione per pescare il Capitaine e il Tigerfish perche il livello del fiume Bénoué e perfetto, né troppo alto né troppo basso. In questo periodo i bacini migliori, le pozze dove si concentrano i pesci rimasti, sono facilmente accessibili a piedi.
Siamo in terre di caccia, tra il parco del Faro, che si estende fino ai monti Alantika, presso la frontiera con la Nigeria, dove „imperversava“ la famosa guida Eyt-Dessus e il parco del Bouba Ndjida, vicino alla Repubblica Centrafricana.

 

» in questo corridoio naturale relativamente protetto dal bracconaggio che vivono gli ultimi grandi animali della savana arbustiva del Camerun. I parchi sono aperti ai turisti e alcune zone, delimitate con cura, riservate alla caccia. All’evidenza la gestione e buona poichÈ da tre giorni e un vero e proprio safari che abbiamo la fortuna di vivere con Stephane e Eric. Ogni percorso in fuori-strada per raggiungere il fiume e occasione per scoprire antilopi, facoceri, babbuini e scimmie patas (Erythrocebus patas patas).

 

La sera, ritornando dalla pesca, sorprendiamo sulla pista una Genetta, una lepre, uno sciacallo e una volta all’entrata del lodge persino una iena maculata. Mancano solo bufali, giraffe ed elefanti dei quali vedremo solo le orme sulla pista e in riva al fiume.

 

Con le sole eccezioni di tre cacciatori e di una famigliola francese venuta per vedere gli animali siamo i soli a scorrazzare per i 180'000 ha della riserva grazie a François Favarger, organizzatore di questo viaggio, che oggi vive in Camerun dopo molti anni trascorsi in Senegal e in Costa d’Avorio. A parte un incontro casuale con alcune guardie sulle sponde del Bénoué, non scorgeremo anima viva durante i cinque giorni vissuti nella savana. Tutt’altra cosa rispetto a certe grandi riserve del Kenia dove i minibus fanno la coda per fotografare una famiglia di leoni che le guide chiamano per nome!

 

PISTA E POLVERE

Il disco arancio del sole sorge sulle colline boscose quando la nostra Nisssan Patrol s’addentra in una pista appena rimessa in ordine dai servizi di manutenzione del parco. Ogni mattina partiamo dal campo del Bufalo Nero per raggiungere una pozza diversa. Ci vogliono di solito una o due ore per raggiungere i vari bacini: la „Curva“, la „Pozza del Diavolo“, la „Pozza cinese“, la „Pozza del blocco motore“, „LeCento teste“, la „Pozza Jacquet“ … Lasciamo poi il Nissan vicino possibile al fiume e continuiamo a piedi.

 

I graziosi cobi di Bouffon sono numerosi attorno alla pista, e abbiamo anche la fortuna di vedere da vicino alcuni Bushbuck (Tragelaphus scriptus), piccoli cefalofi di Grimm, soprannominati in francese antilope-cochon, bubali stupendi esemplari di cobo defassa mentre un branco di elani di Derby fugge nella polvere. Poco oltre, su una cresta, scorgiamo gli ippotraghi. Tento di scattare qualche foto ma le grandi antilopi-cavallo sono offuscate dalla polvere, polvere che invade l’abitacolo del nostro veicolo non appena ci fermiamo per qualche scatto, polvere che mangeremo per una settimana!

 

Ogni venti metri si vedono tortorelle posate a terra, le pernici delle rocce (Ptilopachus petrosus) scappano sotto i cespugli, otarde passeggiano tranquillamente; potremmo beccarle con un tirasassi! Ogni volta che sfioriamo l’erba secca sul bordo della strada, raccogliamo dei f‡stidi sul cofano, veri e propri stecchi viventi. Ogni tanto dobbiamo scendere dalla macchina per liberare la strada da un albero ancora fumante dell’ultimo fuoco di prateria. A volte Ë per rimettere in sesto un punto delicato della pista che uniamo i nostri sforzi per tappare un fossato esagerato con ciÚ che troviamo, prestando attenzione agli scorpioni nascosti sotto i sassi. A dire il vero il solo scorpione che abbiamo trovato stava nella sala da pranzo del campo.

 

Attraversando un fossato pi_ maligno, FranÁois accelera per uscirne, la fuori-strada s’inalbera e si schianta su un muro di terra: una fermata perlomeno brusca visto che rompo il parabrezza con una testata. Niente di grave, il mio cappello australiano ha attutito il colpo. Invece la staffa della sospensione anteriore sinistra ha preso un bel colpo e la prima lama della balestra presenta una piega inquietante. FranÁois Ë preoccupato per la sua Nissan, si percepisce che gi‡ rimpiange d’aver fatto venire pescatori che gli fanno percorrere le piste in peggior stato!

 

LA POZZA DEGLI IPPOPOTAMI

Dall’alto, in una valletta, scorgiamo dei grandi borassi (Borassus aethiopum), rÙnier in francese. Queste palme crescono in prossimit‡ dei corsi d’acqua e sono quindi un buon modo per individuare il greto della BÈnouÈ. FranÁois esce dalla pista, avanza nella brousse evitando i termitai e ferma il veicolo davanti il muro naturale formato dalla vegetazione cresciuta lungo la riva. Imbocchiamo in fila indiana un sentiero che sembra dirigersi verso il fiume. Aoudou, la nostra guida, cammina davanti in silenzio. Si ferma un attimo quando scorge un passaggio formato dagli ippopotami che a forza di passare di lÏ hanno finito per scavare una vera e propria trincea. » ancora presto, secondo Aoudou alcuni bufali sono ancora in zona ed Ë possibile che un ippopotamo ritardatario non sia tornato in acqua e si aggiri ancora da qualche parte tra i cespugli.

 

Tutte le orecchie sono tese per sentire ogni scricchiolio e le narici spalancate per sentire odore di selvatico! Seguiamo il corso incassato di un mayo, torrente che va in secca qualche mese dopo la fine della stagione delle piogge. Una vera trappola se un ippopotamo si presentasse ma finiamo per raggiungere la sponda della BÈnouÈ.

 

Ogni volta Ë uno spettacolo questo splendido questo fiume che serpeggia formando una successione di laghetti ben alimentati d’acqua. Nella pozza principale una buona dozzina d’ippopotami annunciano rumorosamente il nostro arrivo con i loro „Honk, honk, honk“. Uno apre le sue mandibole mostruose per sbadigliare in modo inquietante: che canini!

 

La luce Ë dolce stamattina e sul lago si riflettono i 1000 metri del monte TcholirÈ; manca solo il profilo di un cavaliere sudanese per completare questo quadro orientalista. Ci avviciniamo alla pozza cercando di restare sulle rocce che sovrastano l’acqua visto che gli ippopotami non riescono a superare un gradino un po’ alto. FranÁois et Jean-Philippe ci hanno avvisati sin dal primo giorno, e anche prima per posta elettronica, che bisogna evitare le spiagge che scendono dolcemente verso le pozze. Aoudou non distoglie lo sguardo dagli ippopotami, noi nemmeno e gli ippopotami fanno lo stesso con noi. » molto difficile che uno di loro esca dal fiume per caricare, ma ci vuole prudenza nel caso in cui ci sia una femmina con il piccolo. Il giorno prima con Eric ci eravamo avventurati fino in fondo a una pozza dalla quale era improvvisamente emerso, per fortuna dall’atra parte rispetto a dove ci trovavamo noi, un ippopotamo che aveva poi risalito la pendenza della sponda per sparire tra i cespugli a una velocit‡ impressionante. Bisogna vedere per credere che una simile massa possa correre cosÏ in fretta, e in salita oltretutto.

 

Jean-Philippe comincia con il cucchiaio nella pozza pi_ larga. I pesci-tigre, chiamati qui binga sono sempre i primi ad attaccare. Riescono a liberarsi uno dopo l’altro con incredibili acrobazie aeree degne dei tarpon pi_ arrabbiati. PoichÈ non avevo mai avuto l’occasione di catturare un pesce-tigre prima e nemmeno ci sarei riuscito durante questo viaggio, classifico ormai il binga nella categoria dei pesci molto scoccianti! Dopo tre giorni mi sono abituato all’idea che non ne avrei preso poichÈ, onestamente, questo pesce mi ha beffato. Alcuni ho anche pensato di averli agganciati bene, ma tutti si sono presi gioco di me malgrado i miei ami tripli garantiti „i pi_ pungenti al mondo“!

 

Jean-Philippe ne prende sei o sette di seguito, poi gliene scappano due particolarmente agitati. Possiede la tecnica delle battaglie a canna bassa, con il cimino nell’acqua, e il suo filo che ammortizza mi sembra pi_ indicato alla situazione della treccia. A dire il vero non avevo mai avuto a che fare in acqua dolce con un pesce cosÏ violento; lo strappo alla canna quando abbocca, il primo salto e lo scatto fulminante di un tigerfish di cinque o sei chili sono un’esperienza notevole, vera dinamite. E servito fritto a tavola Ë una vera delizia.

 

Risalendo il fiume per raggiungere una bella pozza un piccolo brivido: un ippopotamo ci arriva alle spalle a una quarantina di metri, poi cambia strada dietro a un piccolo promontorio per tuffarsi nella pozza provocando una specie di maremoto. Tenta di raggiungere la pozza principale ma un grosso ippopotamo sbarra il passaggio che separa i due bacini. A quanto pare il gruppo non lo vuole e lo scaccia.

 

Quest’ippopotamo ha un problema e ciÚ ci preoccupa. » un solitario, frustrato, forse aggressivo e soprattutto Ë bravo a tenere il fiato poichÈ sparisce per interi minuti per riapparire chiss‡ dove.

 

In questa piccola pozza, non pi_ di quaranta metri per venticinque, StÈphane colpisce i piedi di una grossa bestia con il suo pesce nuotatore Halco. Il colpo Ë cosÏ forte che poco ci manca che cada in acqua! Ah, le sensazioni con la treccia! La sua piccola canna Daiwa Saltiga si piega per le testate di un pesce che si produce in due scatti, poi si rifugia sul fondo. Abbiamo paura per il filo poichÈ i sassi sono coperti da grandi ostriche taglienti come un coltello ben affilato, ma StÈphane Ë fortunato poichÈ dopo pochi minuti una massa argentea sale in superficie e esce dall’acqua scuotendo vigorosamente il suo grande muso: un capitaine, e bello anche, peser‡ una ventina di chili. La pinza Boga Grip ci serve per afferrare queste fauci che senza fatica potrebbero inghiottire un Rapala Magnum 26. Alcune foto e lo lasciamo ripartire. Aoudou l’avrebbe
portato volentieri allla sua famiglia ma ci facciamo perdonare con una buona mancia.

 

StÈphane, tutto eccitato, decide d’andare a pescare dall’altra parte della pozza. Parte solo, attraversa il fiume poi sparisce per contornare una duna coperta da cespugli spinosi. D’altronde quasi tutti i cespugli sono spinosi da queste parti, e le nostre gambe ne porteranno le tracce per due settimane). Riappare seguendo un percorso ben marcato (da dove Ë passato l’ippopotamo poco fa), arriva sulla riva e si mette a pescare. „TSSSST!“, gli faccio notare che non ha scelto il posto pi_ intelligente e lo consiglio di allontanarsi subito. „Non preoccuparti…“ ma non fa in tempo a finire la frase che la testa enorme di quell’ippopotamo gigantesco gli appare all’improvviso, con le narici fumanti, sotto il naso!
In vita mia non ho mai visto nessuno scappare cosÏ in fretta con una canna da pesca in mano. Non ho mai visto scarpette da ginnastica con una grip simile nella sabbia; ho dimenticato la marca ma devo comprarmene un paio.

 

Ormai ogni volta che ci saranno ippopotami in zona (e cioË l’80 % delle volte) il nostro gioco consister‡ nell’avvicinarci tranquillamente a un altro mentre pesca e urlare a trenta centimetri dalle sue orecchie: „ATTENZIONE IPPOPOTAMO!“. Si sarebbe dovuto filmarci: funzionava ogni volta. Un gioco un po’ stupido, forse, ma molto divertente.

 

MARCIA FORZATA, BAGNO E GROSSO CAPITAINE

Fino alle dieci del mattino la frescura della notte non se n’Ë andata del tutto, e ci divertiamo ad arrampicarci sulle rocce. Peschiamo rapidamente nelle varie pozze, con maggiore o minore fortuna, e non esitiamo a sobbarcarci una piccola camminata a ritmo sostenuto d’una o due ore per raggiungere la prossima. Per rinfrescarci c’immergiamo dove le acque sono correnti e poco profonde. StÈphane dice „Qui la pesca Ë proprio secondaria“ e io sono dello stesso parere. Comunque peschiamo alcuni
capitaine di tre a otto chili e ogni giorno ne perdiamo parecchi probabilmente pi_ grossi, con gli ami tripli aperti o il filo spezzato dalle ostriche. Credevo questi pesci pi_ tranquilli ma in realt‡, pur non battendosi a lungo, esprimono un’energia incredibile attaccando l’esca cosicchÈ tutte le volte crediamo di averne agganciato uno nettamente pi_ imponente.

 

In ogni modo, a parte i grandi cucchiai ondulanti di colore ramato, le esche che qui non possono mancare sono la Rapala „Shad Rap“ 14 cm rossa e bianca e la Halco „Sorcerer“ 12,5 cm colore arancio/chartreuse. Questi due pesci nuotatori prenderanno pi_ capitaine di tutti gli altri che useremo.
Verso la fine della mattina s’alza un vento caldo e ci si ritrova nel forno. L’
harmattan ha investito tutta la regione, le gole seccano, i sacchi cominciano a farsi pesanti, Ë tempo di mettersi all’ombra per fare una pausa. Il pasto Ë spartano: qualche pomodoro, una scatola di sardine e un ananas da sogno. Ne approfittiamo per svuotare bottiglie d’acqua in serie e tentare una siesta. Cerchiamo di captare ogni filo d’aria che tocchi un centimetro quadrato della nostra pelle e quando stiamo per assopirci, ecco che un insetto ci sveglia, il tafano. Maledetto! Detto tra noi, bisogna essere in forma per andare a pescare nella BÈnouÈ, soprattutto se prendete la nostra stessa opzione: pesca non-stop dal mattino fino a notte.

 

Abbiamo perso un chilo al giorno; mica male come dieta, vero? Tra la pesca in brousse e lo stesso viaggio, una spedizione nel Camerun settentrionale non Ë un pranzo di gala, bisogna esserne coscienti. D’altra parte nessuno v’impedisce di andare a pescare il mattino, tornare al campo verso le 11 per ristorarvi e ripartire verso le 15 per i lanci serali.

 

Un pomeriggio FranÁois ci ha lasciato presso il fiume per andare ad aspettarci qualche chilometro pi_ in gi_, alla prossima pozza. Non sapevamo esattamente dove. Ci attardiamo pi_ del previsto con dei Binga che come sempre risputano le nostre esche quando c’accorgiamo che il sole sta tramontando rapidamente. Eric e Jean-Philippe sono circa 800 metri dietro di noi e StÈphane mi annuncia che non ha la pila. Nemmeno io, purtroppo.

 

Per ora ci si vede ancora ma Ë questione di minuti. Eric arriva con la sua pila frontale, ed Ë gi‡ qualche cosa, ma dove sar‡ FranÁois? A duecento metri o a due chilometri?Non abbiamo nessuna voglia di trovarci spersi nella savana con tutti gli animali che staranno per mettersi in azione, soprattutto con i leoni.
Ci affrettiamo, Aoudou la guida Ë rimasto con FranÁois per non so quale ragione ma a Jean-Philippe pare di ricordarsi che non siamo pi_ „molto distanti“ dalla prossima pozza.
I babbuini abbaiano da qualche parte nella boscaglia, un ippopotamo si fa sentire in fondo alla valle, siamo immersi nell’ambiente. Le nostre sole armi: una pinza multifunzionale Leathermann e uno spray anti-zanzare. Mica tanto!

 

Tutt’a un tratto i fari del fuori-strada illuminano il fiume, per fortuna! Scaliamo una parete rocciosa per ritrovare FranÁois raggiante, con ai piedi un enorme capitaine ancora vivo. Aspettandoci Ë andato a provare un lancio in una pozza battezzata da quel momento „Pozza Fagus“ ed Ë riuscito a prendere questo capitaine di 52 chili.
Ha avuto fortuna, i tripli dello Shad Rap sono aperti e la ceramica del suo anello finale non c’Ë pi_. FranÁois Ë ancora scosso: non riesce a capacitarsi e nemmeno io. Che pesce!

 

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